Michele Santoro racconta i baby affiliati della Camorra

Napoli è una terra bellissima, ricca di cultura e di valori millenari, ma è anche e soprattutto terra di lotte intestine tra i vari clan che nei secoli si sono disputati il controllo dei vari quartieri e dei traffici illegali da svolgervi.

Migliaia di uomini e donne affiliati, ma soprattutto milioni di ragazzini, di predestinati, di bambini che sanno già che moriranno per strada, per difendere il proprio onore e quello del proprio clan, ancora prima di imparare a camminare o parlare.

Moltissimi non conosceranno la scuola o la bellezza del mondo, ma agogneranno solamente di salire di grado nella gerarchia dei clan: è proprio di questi ragazzi che Michele Santoro racconta in Robinù, documentario presentato alla Mostra del cinema di Venezia, che dà voce senza filtri a una parte di città che nasce con il destino segnato.

Robinù è il soprannome di un piccolo criminale napoletano, famiglia sfasciata, quasi analfabeta, entrato a vent’anni a Poggioreale, dove ne resterà altri 16: «Perché ho fatto i reati? Quando non hai mai avuto niente, vuoi avere tutto subito. Femmine, potere, soldi».

Robinù racconta il nuovo fenomeno dei baby boss della Camorra, i giovani criminali dei rioni napoletani che si fanno la guerra dopo il declino dei vecchi «capi».

Non privo della demagogia in cui talvolta scade il suo regista, il documentario racconta di un mondo a se stante, in cui le responsabilità sembrano sempre di essere di qualcun altro: lo stato, le istituzioni, i clan. In cui gli adulti non di rado giustificano i figli alimentando una catena di comportamenti che sembra impossibile da fermare, con un’economia parallela, arrangiata quando non illegale, come unica possibile speranza.

“Siamo partiti da una grande notizia dimenticata”, ha spiegato Santoro dal Lido di Venezia. “Ogni volta che si parla del fenomeno della “paranza dei bambini” (lotta scatenata nei vicoli di Napoli, per il controllo del territorio e portata avanti dai 16-17enni che combattono per difendere il loro territorio dalle aggressioni delle bande esterne) si dice che quella non è Napoli, non è l’Italia. Eppure andando lì e filmando questo contatto empatico tra quartiere e carcere, che è come una sorta di continuità urbanistica, abbiamo imparato una lezione molto pasoliniana proveniente dalla carne delle persone. Volevamo filmare in modo freddo e distaccato, ma di fronte a noi abbiamo trovato ragazzi che a 15-16 anni hanno avuto il primo figlio e a 35 erano già nonni. Una realtà che ci ha sorpreso nella sua passione vera per la vita, speculare alla morte provocata, che noi non sappiamo più nutrire, Così la nostra scelta formale gelida ha finito per riscaldarsi”.

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